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Il Gorello parlante


Anno 3 / Numero 3 - Gli articoli di questo numero:

ISPEZIONANDO IL SOTTOSUOLO
Il racconto di spedizioni affascinanti e ricche di “scoperte”
LA FONTE DI COSTALPINO
Bellissima, nell’arenaria, come i sepolcreti etruschi e romani
UNA VITA SOTTOTERRA FRA PERICOLI E DISAGI
La Miniera di Abbadia San Salvatore ed il “Piccolo minatore”
Il mercatino della Diana
Immagini d’archivio: I SOCI AL LAVORO
UN FIUME DI LIBRI
Nel Senese due importanti mostre di bibliografia
IL POZZO DEL RETTORE
Nuovo intervento de “La Diana” al Santa Maria della Scala
ALLA RICERCA DELLE ETIMOLOGIE
Prima puntata di uno studio sull’origine delle parole legate all’acqua
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ISPEZIONANDO IL SOTTOSUOLO
Il racconto di spedizioni affascinanti e ricche di “scoperte”

Custodito sapientemente e gelosamente dai bottinieri per secoli, negli ultimi decenni il nostro meraviglioso acquedotto ha visto una drastica riduzione dell’attenzione ricevuta, ed il corpo dei bottinieri è stato progressivamente ridotto, fino a contare attualmente alcuni “fontanieri” la cui manutenzione dell’acquedotto stesso rappresenta una parte marginale dei propri compiti. A questi operai va la nostra riconoscenza per l’impegno e la competenza con cui si dedicano alla manutenzione di questo meraviglioso patrimonio, e la disponibilità che hanno sempre dimostrato nei confronti della nostra Associazione. E’ tuttavia evidente che la loro opera risulta insufficiente per effettuare tutta la manutenzione che questo acquedotto richiede.
La rete dei bottini infatti, che si sviluppa per circa 25 km, si presenta in condizioni piuttosto buone nel suo percorso sotto le lastre cittadine, ma la maggior parte si estende fuori di esse ed è in questi tratti che presenta i maggiori segni di degrado.
Per tali ragioni abbiamo deciso di effettuare periodicamente delle ispezioni nei tratti meno frequentati dei “bottini”, con il duplice scopo di far divertire i nostri soci più avventurosi e di registrare eventuali problematiche e segnalarle agli uffici comunali competenti.
Le spedizioni per ora effettuate hanno avuto un notevole successo di partecipanti, ed hanno permesso di individuare alcune problematiche in alcuni tratti degli acquedotti.
In particolare i tratti visitati sono stati: Bottino Maestro di Fonte Branda – ramo di Santa Petronilla; Bottino Maestro di Fonte Branda – da Pescaia alla Fonte; Bottino Maestro di Fonte Gaja – dal campo sportivo di Torre Fiorentina alla galleria della superstrada Siena-Firenze.
Frequenti sono state le occasioni in cui è stato necessario strisciare nel fango, scavalcare ostacoli e dighe, nonché immergersi nell’acqua gelida fino alla vita.
Memorabile è stata una spedizione nella zona di Pescaia, dal quale un giovane socio figlio d’arte (che resterà anonimo per la privacy) è tornato a casa in mutande, avendo scordato i pantaloni di ricambio ed essendo entrato in acqua fino alla cintura.
Queste spedizioni si rivelano ogni volta affascinanti e ricche di “scoperte”, ed anche i soci più scafati ogni volta trovano elementi misteriosi ed avvincenti. Le forme ed i colori del calcare, il mistero degli infiniti rimaneggiamenti dei cunicoli e delle opere di cui sono disseminati e delle quali è spesso impossibile risalire allo scopo originario, il gusto dell’incognita di esplorare rami segnati molto approssimativamente sulle mappe, il piacere di visitare luoghi così lontani dal grande pubblico, la meraviglia del silenzio sotterraneo intervallato solo dallo scorrere dell’acqua… tutte esperienze straordinarie che solo un Dianino può provare.
Tuttavia spesso rimane un profondo senso di amarezza ed impotenza di fronte allo stato attuale di alcuni tratti di questi splendidi acquedotti, che presentano problematiche che soprattutto in prospettiva possono
rivelarsi di notevole entità e comprometterei la funzionalità stessa dell’acquedotto.
Sono frequenti purtroppo gli allagamenti prodotti da piccole frane, spesso causate dall’infiltrazione di radici che arrivano a penetrare la volta e le pareti del cunicolo in cerca dell’umidità presente.
Un ulteriore problema, forse il più insidioso, è dato dalla rapida cementificazione di cui sono stati vittima in questi decenni i terreni soprastanti i bottini. Cementificazione che se in un primo tempo interessava soprattutto le zone in cui i cunicoli, ormai vicini alla città, avevano la sola funzione di condotta, vede adesso colpire quelle zone più periferiche nelle quali il nostro antico acquedotto prende acqua dallo stillicidio del terreno e da piccole vene sotterranee. Lo sfruttamento edile dei terreni infatti, pur vedendo generalmente preservata l’integrità dei cunicoli, va ad impermeabilizzare il suolo e ad alterare gli equilibri idrogeologici sotterranei, mettendo in serio pericolo la raccolta d’acqua.
Non è eccessivo ipotizzare, in un futuro non lontano, una rete di cunicoli strutturalmente integri ma totalmente aridi, mettendo in grave crisi l’alimentazione delle fonti cittadine, che rimarrebbero a loro volta irrimediabilmente asciutte.v Il nostro intento è quello di proseguire con le ispezioni nella rete dei bottini, sia per il divertimento dei nostri soci che per la salvaguardia dell’acquedotto stesso, nella speranza che le amministrazioni comunali abbiano sempre la volontà e la possibilità di conservare e magari valorizzare nella sua funzione questo meraviglioso acquedotto sempre più inteso, purtroppo, come mera attrazione turistica ed incompreso nelle sue reali funzioni e potenzialità di utilità pubblica.
Tutti i soci che fossero interessati a partecipare alle ispezioni, avendo ben presenti le difficoltà che possono comportare, possono dare la loro adesione alla segreteria scrivendo a info@ladianasiena.it

Testo e foto di Luca Rinaldi

Dal lontano Lussemburgo abbiamo ricevuto un graditissimo saluto da Benedetto Rugani che si “scusava” di non poter dare il suo contributo alle attività de “La Diana” causa i circa 1000 chilometri che per motivi di lavoro lo separano da Siena.
Benedetto ha promesso il suo fattivo apporto fra circa due anni quando presumibilmente terminerà il suo impegno lavorativo. Ricambiamo di cuore i suoi saluti e chissà che, quando tornerà a casa per i mesi estivi, non si riesca a trovare qualche “lavoretto” in cui poterlo impegnare per non fargli perdere l’allenamento!
Ciao Benedetto, a presto

LA FONTE DI COSTALPINO
Bellissima, nell’arenaria, come i sepolcreti etruschi e romani

La fonte di Costalpino è certamente meno conosciuta rispetto ad altre fonti monumentali senesi di epoca medievale, nonostante presenti un indubbio interesse di tipo storico e venga menzionata nei documenti a partire almeno dal XIII secolo. Descritta nella più conosciuta opera sulle fonti e i bottini senesi, ‘Le fonti di Siena e i loro acquedotti’, la ‘fonte della Costa al Pino’ (è con questo nome che ne parla l’autore del testo Fabio Bargagli Petrucci), si trova nelle vicinanze di Pian delle Fornaci, non lontano dalla Strada Statale che conduce dalla Colonna di San Marco alla frazione di Costalpino.
Una fonte ‘di campagna’ dunque, a qualche chilometro dalla città di Siena, e gestita dagli stessi operai che si occupavano della manutenzione degli acquedotti e delle fonti del centro cittadino.
La fonte in questione si trova in Strada dell’Agresto, nelle immediate vicinanze della casa colonica ‘La Chiatta’.
L’attestazione più antica nei documenti sembra riferita al 1262. Il nome ‘Costa al Pino’, riferito alla località vicina, deriva probabilmente dalla strada in salita che verosimilmente passava vicina alla fonte e conduceva al castello di Montecchio, convento nella prima metà del Duecento e poi fortilizio durante la Repubblica di Siena. La fonte, secondo il parere di Bargagli Petrucci, sarebbe conosciuta con il nome di ‘fonte della Costa al Pino’ già dall’antichità.
La fonte è circondata da un muro alto 6 metri (costruito successivamente per tenere la collina sovrastante e in origine più alto) ed è realizzata nel “tufo”, con un sistema simile a quello dei sepolcreti etruschi e romani. La volta delle ‘grotte’ ha infatti forma ‘a capanna’, e non ‘a botte’ come i bottini della città; ciò potrebbe far ipotizzare un’origine ancora più antica rispetto ai nostri amatissimi acquedotti medievali, oppure il recupero di conoscenze più antiche rispetto alla realizzazione di cunicoli per ottenere acqua. La struttura è a tre vasche e non ci sono né bottini né abbeveratoi. Sembra che l’acqua della fonte fosse bevuta dagli abitanti della zona fino all’immediato dopoguerra, mentre oggi non è più potabile per la presenza di una concimaia più in alto.
Ripulita qualche anno fa dai volontari de ‘La Diana’, la fonte attualmente si trova in condizioni abbastanza disagiate, nonostante gli abitanti della casa colonica utilizzino l’acqua della vasca principale per mezzo di una pompa. Si accede da alcuni anni alla fonte per mezzo di una porta secondaria, mentre l’ingresso originario è parzialmente murato e nella parte superiore di questo vi è una sorta di finestra a griglia. L’esterno della fonte è quasi completamente ricoperto da edera e rovi, tanto è vero che è stato piuttosto difficile scattare le foto alla parte più a sinistra del complesso, alla quale non è possibile accedere.
Anche Enzo Mecacci, che ha analizzato le condizioni della fonte di Costalpino nel 1994, parlava delle difficoltà di comprendere sia l’aspetto della parte superiore del muro esterno, sia di individuare la crepa che tagliava l’estremità destra di questo. Potrebbe essere interessante analizzare con più attenzione le condizioni della fonte e documentarsi maggiormente sulle sue origini e eventualmente riportarne alla luce, per adesso, almeno il muro esterno. Si tratta, a mio parere, di una costruzione che sarebbe molto interessante valorizzare e far conoscere; questo vale anche per altre fonti collocate nella campagna di Siena, certamente lontane dall’aspetto monumentale di gran parte delle più note fonti del centro storico ma che hanno avuto un’importanza determinante nella realtà quotidiana degli antichi abitati rurali.

Testo e foto di Aurora Mascagni.

Una breve bibliografia:
E.Mecacci, ‘La fonte di Costalpino’, in ‘Il Carroccio’ numero 51,1994, pp.34,35.
F.Bargagli Petrucci, ‘Le fonti di Siena e i loro acquedotti’,pag.249 e seguenti (più documenti del volume 2)
Vinicio Serino (a cura di), ‘Siena e l’acqua. Storia e Immagini di una città e delle sue fonti’, 1998, pp.40,41.


UNA VITA SOTTOTERRA FRA PERICOLI E DISAGI
La Miniera di Abbadia San Salvatore ed il “Piccolo minatore”

Non è facile dover spiegare la sensazione che si prova di fronte a qualcosa che è parte del passato ma nello stesso tempoè così vivido e reale; tutto ciò è possibile grazie a chi ha vissuto in quel preciso momento, in quel determinato luogo e può renderci partecipi di quella storia perché lui c’era, è la sua storia.
Nel contesto dell’interessante visita che La Diana ha svolto alle sorgenti dell’Ermicciolo, dove ha origine l’acquedotto del Vivo, ci è stata data la possibilità di visitare la miniera di Abbadia San Salvatore: la più grande miniera d’Europa per l’estrazione del cinabro dalla cui lavorazione si ottiene il mercurio. La presenza di questo minerale dal colore rossastro nel sottosuolo vulcanico dell’Amiata e lo sfruttamento di tali giacimenti ha permesso la nascita di interi villaggi che hanno visto l’avvicendarsi di generazioni di minatori.
La storia della miniera di Abbadia è anche la storia del “piccolo minatore” Paolo Contorni, un ragazzo di quattordici anni introdotto molto presto al lavoro di miniera da suo padre, figlio di minatore a sua volta. Lo pseudonimo, legato alla giovane età del suo ingresso in miniera, è anche il titolo di un libro sulla sua esperienza di vita di cui egli stesso è autore (“Il Piccolo Minatore” di Paolo Contorni ed. Parco Nazionale Museo delle miniere dell’Amiata, 2007). La fortuna ha voluto che fosse proprio lui, il “piccolo minatore” che ora ha qualche anno in più, a portarci alla scoperta di questa realtà: le sue parole, i suoi ricordi ci hanno rapito e condotto attraverso il tempo nella vita badenga del secondo dopoguerra dove l’avvenire di ogni giovane era assicurato in miniera. La mia aspettativa iniziale, a dire la verità, era quella di trovarmi nel contesto di una classica visita ad un museo con guide molto preparate che spiegassero i meccanismi di estrazione e lo sviluppo di questo stabilimento con una preparazione da manuale; in realtà, già dopo poche parole, ho capito che avevo la possibilità di carpire qualcosa che andava oltre le informazioni tecniche: quelle emozioni che solo chi le ha vissute sulla propria pelle può trasmettere. La sensazione che ho provato mi ha fatto ritornare ai racconti di mio nonno, che in miniera non c’era mai stato ma che aveva combattuto al fronte ed era stato fatto prigioniero non ricordo neppur io quante volte; ho rivisto in quegli occhi spesso inumiditi dalle lacrime, nella voce rotta dall’emozione, quell’orgoglio, quell’amore indiscusso per tutto ciò che quella parte di storia vissuta gli aveva lasciato e nello stesso tempo gli aveva tolto.
La storia di Paolo Contorni e di centinaia di altri come lui, è una storia semplice che si ripete ormai da generazioni; il primo giorno comincia accompagnato orgogliosamente dal padre che gli prepara la lampada ad acetilene, fondamentale per il suo lavoro, e che lo affida al “suo minatore”, il collega con più esperienza con il quale avrebbe imparato il mestiere e condiviso una realtà che mai avrebbe immaginato. La vita di un minatore è scandita dalle sirene che dividono la giornata nei tre turni di lavoro; sei ore a seicento metri di profondità dove il caldo è insopportabile, l’aria carica di polveri e il buio fa quasi male agli occhi. Questo mondo sotterraneo faceva del proprio compagno un amico, un fratello e soprattutto colui del quale si aveva una fiducia totale perché poteva salvarti la vita. Arriva poi un momento in cui sarà lui ad eseguire, il primo giorno di lavoro, il rito di “battesimo” ad un nuovo arrivato e si ritroverà ad essere il “minatore” di un giovane ragazzo inesperto. In alcuni casi purtroppo può capitare anche di dover incoraggiare il proprio compagno, ancora poco pratico, a resistere alla mancanza di luce e di ossigeno dopo che una frana ha sbarrato la strada. L’unica speranza a cui ci si aggrappa in quei momenti è che qualche altro minatore si accorga che nella “medagliera” ci sono delle medagliette di troppo; questo sistema molto semplice ma efficace serviva a segnalare la presenza dei minatori nelle gallerie di scavo in quanto era obbligatorio, all’inizio del turno, spostare la propria medaglia identificativa con il numero di matricola nella bacheca apposita per poi riporla alla fine del turno; quando rimanevano delle medaglie spesso si doveva pensare ad una “disgrazia”. Questo avvenimento è parte del racconto del piccolo minatore che oltre a ciò ha dovuto affrontare con profonda amarezza la prigionia volontaria nel dedalo dei cunicoli per combattere l’ingiustizia dei licenziamenti forzati in un contesto di lotte sindacali grazie alle quali era stato possibile anche diminuire le ore di lavoro.
Era il 1959 i minatori badenghi stavano per subire un duro colpo, la società del Monte Amiata aveva stabilito una riduzione di manodopera e ciò avrebbe significato licenziamenti soprattutto a carico di chi voleva che fossero rispettati i diritti di tutti. I minatori più forti decisero di occupare la miniera e ciò portò ad un braccio di ferro lungo ventiquattro giorni alla fine dei quali sembrava essere arrivati ad un accordo per il quale non ci sarebbero stati tagli di personale; la realtà dei fatti fu l’equivalente di una doccia gelata: la resa dei minatori era stata ottenuta con l’inganno e a questa seguirono i licenziamenti previsti. La comunità badenga, la cui economia era legata quasi esclusivamente al lavoro di miniera era in ginocchio; l’unica eccezione che fu possibile strappare alla Società M. Amiata fu la riassunzione dei padri di famiglia con almeno tre figli. La storia del piccolo minatore ha quindi una ripresa, padre di tre figli (e oggi orgogliosamente nonno di sei nipoti) ritorna a lavorare nella miniera che avrebbe dato la possibilità alla sua famiglia di trovare qualcosa di cui sostentarsi.
Ma la miniera toglieva molto sia sul piano emotivo che su quello fisico: i numerosi crolli e frane, di cui fu vittima anche il nonno del nostro accompagnatore, erano solo alcuni dei tragici effetti di questo ambiente di lavoro; la silicosi che veniva praticamente definita una malattia professionale e le molte patologie strettamente correlate all’inalazione dei vapori di mercurio, tra tutte l’idrargirismo che interessando l’apparato nervoso provocava tremori diffusi fino ad una invalidità totale (pare che ne fossero colpiti il 50% dei cosiddetti “fornai” che lavoravano ai forni), hanno segnato in modo indelebile il destino di molti lavoratori e delle loro famiglie.
L’estrazione del cinabro nella miniera di Abbadia, che aveva iniziato la sua storia il 20 giugno 1897 (l’accensione dei primi forni è del 31 gennaio del 1899), si interrompe nel 1976 anno della chiusura dell’intero centro minerario. La miniera che era stata per molti decenni il perno su cui ruotava l’esistenza di un’intera cittadina non esiste più e la comunità badenga con la caparbietà e la forza di carattere della gente di montagna, abituata al sacrificio e a rimboccarsi le maniche, ha dovuto cercare una nuova identità senza però mai dimenticare la storia della sua gente: la propria storia.
Vorrei chiudere il racconto di questa toccante esperienza aggiungendo poche righe in merito ad una lapide affissa dai cittadini di Abbadia in memoria dei caduti nell’eccidio della miniera di Niccioleta, un villaggio la cui storia non si interrompe a causa di un incidente sul lavoro ma sotto il fuoco delle armi. A questo proposito volevo ringraziare la gentilezza e la disponibilità della Prof. Travaglini che mi ha messo al corrente di questa vicenda che è parte della sua storia dal momento che suo nonno era tra i caduti; avrei davvero piacere, anche se l’argomento non è strettamente correlato all’acqua, se ce ne volesse parlare magari proprio sulle pagine del prossimo “Gorello Parlante”.

Catia Capriotti
Le foto sono di Gerardo Cinelli

IL MERCATINO DELLA DIANA

  • Si aprono le porte degli archivi di Ferdinando Capecchi.
    Anni ed anni di riprese sulle attività più importanti de "La Diana" sono finalmente a disposizione dei soci.
    Le ricognizioni nei bottini, le perlustrazioni dei sotterranei dell'Ospedale del S.Maria della Scala, i lavori alle fonti e nei tratti più sconosciuti dei cunicoli, le feste sociali, le gite... Tutto è stato immortalato dal nostro Socio che oggi, finalmente, mette a disposizione il suo archivio ai Soci interessati. Il prossimo numero del "Gorello" conterrà l'elenco del materiale disponibile per la duplicazione. Ed il prezzo (politico) previsto.
  • Il socio Duccio Gazzei vende una chitarra acustica Yamaha 12 corde (Anno di fabbricazione 1998) praticamente nuova al modico prezzo di 200 Euro.
    Chi è interessato può contattarlo al numero 340 0841574 la sera tardi.
  • Nel mese di dicembre, nell’ambito della collana “Siena 1940 – 1950”, uscirà il nuovo libro di Luca Luchini dal titolo “Siena 1944 – 1950.
    Le contrade tornano a sorridere”. Come si intuisce facilmente dal titolo in questa occasione si esamina l’affascinante mondo del Palio e delle contrade negli anni del dopoguerra che videro grandi cambiamenti spesso destinati a contrassegnare la Festa cittadina quale oggi la conosciamo. I soci che fossero interessati possono rivolgersi all’autore per acquistare il volume (272 pagine e 196 fascinose foto d’epoca) al prezzo scontato praticato ai vari Cral (28 euro).
  • Immagini d'archivio

    I SOCI AL LAVORO

    UN FIUME DI LIBRI
    Nel Senese due importanti mostre di bibliografia

    Nel corso di quest’anno sono state organizzate nel Senese due importanti mostre di bibliofilia; la prima, Siena bibliofila. Collezionismo librarioa Siena su Siena, curata da Gabriele Borghini e Luigi Di Corato (era stata aperta a fine 2009 - esattamente il 29 novembre 2009 - e si è conclusa il 10 gennaio 2010), si è tenuta nella Pinacoteca Nazionale di Siena, come sede principale, nella quale i rari volumi erano divisi in varie sezioni, e nei Musei Civici di Montalcino, Montepulciano e San Gimignano. Si è trattato di un’iniziativa dedicata all’amore per i libri del passato che ha unito collezionisti, biblioteche e musei per permettere al visitatore di conoscere un patrimonio fragile, prezioso e di non immediato accesso: più di 100 rarissimi volumi realizzati a Siena, o da stampatori ed editori senesi, relativi a storia, personaggi, vicende, aspetti di Siena e del suo territorio. La seconda, Amor librorum et amicorum, si è svolta, invece, a Pienza, presso la Fabbriceria della Cattedrale, dall’11 al 26 settembre 2010, allestita per festeggiare il raggiungimento nella raccolta di Paolo Tiezzi dell’invidiabile quota di 2.000 edizioni del ‘500. In questa i volumi esposti sono stati divisi in due settori, che costituivano in pratica due mostre parallele. La principale, naturalmente, era quella curata da Mario De Gregorio, nella quale si presentava al pubblico una selezione della collezione di Paolo Tiezzi: Quaranta cinquecentine romane dalla collezione Tiezzi Mazzoni della Stella Maestri; questa era affiancata da Bibliofili per Paolo Tiezzi, curata da Enzo Mecacci ed Ettore Pellegrini, suddivisa in 10 sezioni, una per ciascuno degli amici che hanno voluto partecipare alla soddisfazione di Paolo Tiezzi per l’ambito traguardo conseguito.

    Questi due eventi, lontani fra loro nel tempo e nello spazio, hanno avuto in comune il fatto di aver riservato una delle loro sezioni a rari volumi dedicati alle acque del Senese. In Siena bibliofila si trattava della seconda parte della sezione I caratteridella storia, intitolata Il territorio. Una buona vena di edizioni, nella quale il curatore, Ettore Pellegrini, ha fermato la propria attenzione sulla proliferazione di libri concernenti le preziose acque termali diffuse nello Stato di Siena e volti anche a promuovere la conoscenza di luoghi meno studiati del Dominio senese. Complessivamente Pellegrini ha selezionato 24 volumi, fra i cui autori si trovano l’architetto Leonardo de’ Vegni, l’accademico fisiocritico Giuseppe Baldassarri e il naturalista Giorgio Santi; tra questi si possono ricordare le pubblicazioni dedicate a San Casciano dei Bagni, presidio al confine con lo Stato della Chiesa, per il quale troviamo quattro rare edizioni del sec. XVII e due del XVIII; non potevano mancare, inoltre, scritti su Chianciano (due bei volumi del ‘700 ed uno del sec. XIX), né su Rapolano, per la quale località sono stati presentati un libro del 1639, assai raro, edito a Siena da Bonetti, di proprietà dello stesso Ettore Pellegrini, ed uno non meno interessante di fine sec. XVIII. Sempre dai torchi di Bonetti provenivano le Osservazioni intorno all’acque del bagno di Vignone del 1705, mentre del 1716 è un’edizione sui Bagni di Petriolo, entrambe appartenenti alla collezione Pellegrini, il quale ha esposto anche due volumi della seconda metà del ‘700 rispettivamente sui Bagni di San Filippo e di Montalceto. Degne di nota, infine, erano le tre pubblicazioni uscite dalla stamperia senese Pazzini Carli: il Commentario di Paolo Mascagni Dei lagoni del Senese e del Volterrano, del 1779, le Ricerche intorno alle acque minerali epatiche di Domenico Batini, del 1793, e la Relazione del terremoto accaduto in Siena il 26 maggio 1798 di Ambrogio Soldani, dello stesso 1798; del medesimo autore era stata esposta anche un’altra opera, Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignan d’Asso nel Sanese, edita a Siena, nella stamperia di Francesco Rossi, nel 1794.

    Meno ampia, ma non per questo meno interessante, è stata la presenza di libri dedicati alle acque nella mostra pientina, dove, nella settima sezione di Bibliofili per Paolo Tiezzi, Franco Boschi ha proposto tre rari, anche se moderni, testi relativi alle opere di bonifica della Val di Chiana Senese-Aretina. Il primo era la Relazione storico-tecnica sulla bonifica della Valdichiana realizzata dal Corpo Reale del Genio civile – Ufficio di Arezzo, stampata ad Arezzo nel 1929, presso lo Stabilimento Tipografico del Cav. F. Scheggi, nel quale vengono ripercorsi gli interventi qui effettuati dall’epoca granducale medicea fino agli ultimi programmati dagli Ufficiali Idraulici del Corpo Reale del Genio Civile di Arezzo. Il secondo era lo studio di Heinrich von Pechmann, L’ arte di reggere i fiumi di Enrico Bar. De Pechmann; tradotta dal tedesco ed ampliata con la descrizione dei lavori sul Reno dall'ingegnere Rinaldo Nicoletti, Venezia, Antonelli, 1846; si tratta di due volumi raccolti in un unico tomo, che fu dedicato dal traduttore a Pietro Paleocapa, noto ingegnere idraulico che si era occupato anche lui della bonifica nel suo scritto Sulla bonificazione della Val di Chiana. Relazione del cavaliere Pietro Paleocapa letta dall’autore nella quarta adunanza del giorno 31 del mese di dicembre 1838.
    Estratta dagli atti del Veneto Ateneo, Venezia, Tipografia Andreola, 1842, che era terzo dei volumi esposti, nel quale l’autore ha trattato con dovizia di particolari specialistici ed in modo esemplare l’idraulica fluviale, nonché la tecnica delle colmate, che è una delle principali soluzioni metodologiche impiegate per il successo di questa bonifica.

    Le mostre sono sempre un momento importante per la diffusione di conoscenze sull’argomento per il quale sono state allestite e, molto spesso, costituiscono anche l’occasione per nuove e più approfondite riflessioni su di esso, ma hanno il difetto di appartenere al mondo dell’effimero e di vivere l’espace d’un matin, per poi ridisperdere tutti i pezzi che avevano momentaneamente riunito insieme, restituendoli ai loro legittimi proprietari ed ai consueti luoghi di conservazione; quelli che, al contrario, consentono di perpetuare il ricordo degli eventi, dopo che questi si sono conclusi, ed anche di diffondere la conoscenza dei risultati raggiunti sono i cataloghi, che si configurano come testimonianze delle ricerche, degli approfondimenti, delle riflessioni e di quanto di nuovo in ambito critico si è venuto elaborando nella preparazione delle esposizioni, oltre ad essere, al tempo stesso, una base di partenza per ulteriori studi nel settore. Nel nostro caso per “continuare a visitare” queste due belle mostre, anche da parte di coloro che non ne abbiano avuta l’opportunità nel breve periodo di apertura, si hanno tre belle pubblicazioni, tutte arricchite da un buon numero di illustrazioni che riproducono i volumi esposti: una per la mostra senese (Siena bibliofila. Collezionismo librario a Siena su Siena, a cura da Gabriele Borghini, Daniele Danesi, Mario De Gregorio, Luigi Di Corato, Siena, Protagon, 2009) e due per quella pientina (Quaranta cinquecentine romane dalla collezione Tiezzi Mazzoni della Stella Maestri, a cura di Mario De Gregorio, «Il Moreni» 2, ed Amor librorum et amicorum. Bibliofili per Paolo Tiezzi, a cura di Enzo Mecacci ed Ettore Pellegrini, entrambi stampati a Torrita di Siena dall’Associazione Culturale Villa Classica nel settembre 2010).

    Testo e foto di Enzo Mecacci

    IL POZZO DEL RETTORE
    Nuovo intervento de “La Diana” al Santa Maria della Scala

    L’anno che sta finendo ha veduto un nuovo intervento della Diana al S. Maria della Scala, dopo un periodo di “inattività” dovuto alle varie fasi di recupero dell’antico ospedale. All’inizio di quest’anno, proprio in concomitanza della messa in opera del pavimento nei locali sottostanti la casa del Rettore, sono stati riaperti due pozzi che erano già stati intercettati alcuni anni fa, in una fase precedente dei lavori e che avevamo già ispezionato. Si tratta di due pozzi molto vicini di cui, per creare dei passaggi, erano state tagliate le “canale di adduzione” provenienti dai piani superiori; nell’ispezione fatta a suo tempo si era potuto accertare che uno, profondo circa 6 meri, era completamente vuoto, mentre l’altro, era ancora pieno per i primi tre-quattro metri e che, per analogia, si poteva ipotizzare avesse uguale profondità. Essendo entrambi privi di rivestimento ed essendoci, come detto, delle canale che provenivano dai piani superiori, si presentavano come possibili pozzi di butto.
    Quindi, anche se erano trascorsi alcuni anni dal loro ritrovamento, quando “l’insostituibile” Enzo ha fatto sapere che era possibile effettuare un intervento, si è subito riacceso l’entusiasmo ed una squadra composta da soci della “vecchia guardia” è immediatamente entrata in azione, affiancata in modo determinante da un nutrito gruppo di “nuovi”, che hanno così consentito l’intervento.
    Bisogna altresì sottolineare che tutta l’operazione si è potuta realizzare grazie all’autorizzazione avuta dalla direzione del S. Maria, in particolare dalla Dr.ssa Tatiana Campioni che ha voluto confermare la fiducia e la disponibilità che ormai da dieci anni è stata accordata alla Diana. Dobbiamo un ringraziamento particolare anche alla Dr.ssa Carlotta Cianferoni della Soprintendenza Archeologica della Toscana che ha concesso il permesso di scavo nel momento in cui abbiamo evidenziato la presenza di materiale archeologico.
    Infatti svuotando il pozzo dopo il primo strato di materiale caduto durante i lavori è stato evidenziato un secondo strato di terra ricca di resti organici animali (ossa, denti, molte vertebre di pesce) e di molta ceramica, che ha confermato l’ipotesi di trovarsi di fronte ad un pozzo di butto. A svuotamento ultimato abbiamo recuperato una gran quantità di ceramica (attualmente in fase di restauro) tutta databile tra il XIV ed il XV secolo. Si tratta di ceramica da mensa, invetriata e smaltata: brocche, ciotole e piatti, alcuni con decori zoomorfi e fitomorfi molto raffinati; come anche ceramica acroma da fuoco: testi, pentole e coperchi; sicuramente il ricco corredo della cucina del Rettore. Non sono mancati anche ritrovamenti singolari e curiosi: un salvadanaio, di terracotta, con all’interno ancora 11 quattrini databili alla metà del secolo XV; e ancora un pettine d’osso, varie fibbie in bronzo e infine tra moltissimi colli di bottiglie e frammenti di vetro soffiato, una fialetta, rimasta incredibilmente intatta, ritrovata proprio nel fondo del pozzo. Un intervento quindi che ha riempito di soddisfazione e di entusiasmo tutti i partecipanti e, riteniamo, ha permesso di recuperare un ulteriore piccolo tassello della storia del nostro Spedale. Ci auguriamo allora che la presenza della Diana al S. Maria prosegua, non solo per eventuali nuove scoperte, ma anche per contribuire a rendere operativo quel progetto di “percorso dell’acqua” che permetterà di valorizzare e visitare i vari pozzi (il Rotone in primis), le cisterne e tutte le affascinanti strutture legate all’acqua esistenti al S. Maria della Scala.

    Gianni Maccherini
    Le foto sono di Giaia Puccetti e Gerardo Cinelli

    Venerdì 10 dicembre, nei locali dell’ASP (un tempo “Commenda”) in via Campansi, grande “Cena degli Auguri”, con intrattenimenti musicali. Nell’occasione avranno luogo anche le elezioni del consiglio direttivo per il prossimo triennio.

    ALLA RICERCA DELLE ETIMOLOGIE
    Prima puntata di uno studio sull’origine delle parole legate all’acqua

    Oggi (e sottolineo oggi, perché fino ad una quarantina di anni fa non era così) chiunque a Siena sa cosa sono i bottini e ne conosce, almeno a grandi linee, lo sviluppo e la storia, grazie soprattutto alla ristampa che venne fatta nel 1974 della fondamentale opera sull’argomento, quella del Bargagli Petrucci1 , e ad una mostra organizzata dal Comune dieci anni dopo, corredata da un catalogo, ormai introvabile, curato da Duccio Balestracci. La situazione cambia decisamente se si passa a chiedere il significato del termine “bottino”, perché qui l’incertezza è assai più diffusa; si potrebbe dire che siamo proprio all’opposto di quello che indica il distico con il quale si conclude Il nome della rosa di Umberto Eco: “Stat rosa pristina nomine ; nomina nuda tenemus”, perché qui a sfuggire non è la sostanza della cosa, ma il significato del nome.
    La risposta più semplice e diffusa, ma forse semplicistica, è che il nome derivi dalle volte a botte, ma non è ritenuta convincente da molti, per il fatto che tale termine si trova usato anche fuori di Siena in circostanze in cui le volte a botte non sono presenti. Tanto per fare due esempi si possono citare i Bottini dell’Olio, un palazzo a Livorno, ove oggi ha sede la Biblioteca Labronica “F. D. Guerrazzi”, costruito per custodire in duecento cisterne l’olio sbarcato dalla navi, e a Roma, a Trinità dei Monti, la Fontana del Bottino, che deve il suo nome alla retrostante cisterna per la riserva d’acqua.
    Inoltre la presenza di volte a botte non è caratteristica di tutti i bottini; infatti, in alcuni tratti, come ad esempio nel bottino di Fontanella, la copertura è a capanna, facendo ipotizzare addirittura un’origine etrusca per questa fonte, che si colloca subito al di fuori degli insediamenti urbani più antichi, quelli di Castelvecchio. Cercare l’origine di “bottino” nei dizionari di latino medievale non sembrerebbe a prima vista dare risultati, in quanto il termine “buctinus”, che si trova usato a Siena fino dagli inizi del sec. XIII, non figura in nessuno di essi; nel Glossarium mediae et infimae latinitatis di Charles Du Cange troviamo “butinum”, ma con il significato di preda di guerra3. Però lo stesso Glossarium sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) indicarci un’etimologia diversa, che niente avrebbe a che fare con le volte a botte.
    ¤ BUTINO, Trac. MS. de Re milit. et mach. bellicis cap. 102: Fiat caverna subterranea, si fodi potest, ... et facta caverna, quæ vulgari sermone dicitur Butino, in quo debet esse aquæductus confectus cannis plombeis. Quindi ad ugual nome corrisponderebbe anche una funzione simile, anche se nei nostri bottini l’acqua scorre libera nei gorelli e non in tubazioni. Bisogna, però, tenere presente che non si conosce a quale periodo risalga questo uso del termine, in quanto nel lemma del Glossarium non vi è alcun riferimento temporale e non è data neppure la datazione del Tractatus citato come fonte.
    Se controlliamo un dizionario etimologico on line (www.etimo.it) troviamo, fra gli altri significati:
    bottíno … 2. Nel senso di Ricetto d’acqua o di sozzure, alcuno lo annette al gr. STUVWXY fosso (che non avrebbe intermedio latino) affine al lat. pùteus pozzo (v. Botro): ma l'a. a. ted. BUTIN = ang. sass. byden, che valgono lo stesso e son riferiti dal Diez come congiungenti all’ang. sass. butte, byt vaso grande e capace, distolgono da una tale ipotesi, e consigliano di riferirlo a botte (cfr. Bottaccio)…
    Analoga spiegazione, grosso modo, ma molto più chiara e sintetica è quella offertaci dal Dizionario etimologico di Cortelazzo – Zolli4, che attesta a Ravenna nel 970 la presenza di butinum nel senso di “piccola fossa, ricettacolo d’acqua” fino poi a “canale”. Se è così, si tratta effettivamente di un diminutivo della parola medievale bote < buttis = botte.
    Si può approfondire questa derivazione aggiungendo che bote (o bute, l’alternanza o/u è frequente nelle nostre pronunce) può essere considerato come la sonorizzazione di pute (il passaggio da p a b è una naturale sonorizzazione della stessa occlusiva labiale, presente frequentemente nelle parlate italiane); quest’ultimo si ricollega al verbo lat. puteo = puzzare, da cui puteus > pozzo, ma sembra anche ricollegarsi con un etrusco pute “recipiente”. In conclusione si può ipotizzare la seguente catena di derivazioni: pute > puteus > buttis > botte > bottino: la botte è un recipiente che contiene liquidi, vino o acqua solitamente, il pozzo è un luogo scavato che contiene dell’acqua, quindi anch’esso è un “recipiente”. Il significato “recipiente – luogo che accoglie - che contiene acqua” viene espresso da una derivazione (con il suffisso –ino) della parola buttis, attraverso l’intermediazione dell’etrusco pute.

    (1..Continua ) Enzo Mecacci – Enrico Paradisi (Fotografie di Gerardo Cinelli)

    1F. Bargagli Petrucci, Le fonti di Siena e i loro acquedotti, Siena, Periccioli, 1974 (rist. di Le fonti di Siena e i loro acquedotti: note storiche dalle origini fino al 1555, Siena (Lazzeri), Firenze, Roma, Olschki, 1906).

    2I Bottini. Acquedotti medievali senesi. Siena – Logge della Mercanzia 10 luglio – 10 agosto 1984.

    3C. du Fresne du Cange et alii, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, L. Favre, 1883-1887, vol. 1, p. 795a, consultabile anche on line. La prima edizione in tre tomi è del 1678; questa del 1883-1887 in 10 tomi è l’ultima e tiene conto di tutte le aggiunte inserite da vari autori nel corso degli anni, compreso il principale supplemento in 4 volumi, inserito nel 1766 da Pierre Carpenter. Il lemma si trova, con lo stesso significato anche nel Dictionnaire latin-français des auteurs chrétiens di Albert Blaise (Blaise Medievale - Brepolis Publishers Online).

    4M. Cortellazzo – P. Zolli, DELI – Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zanichelli, 2004, ad vocem.

    I numeri arretrati