“A Siena si dissero, e si dicono sempre, bottini, gli acquedotti sotterranei, scavati nell’arenaria, in parte anche murati, quasi tutti praticabili, che dopo aver raccolto le infiltrazioni delle acque piovane e delle vene, nelle colline circostanti, alimentano, con queste acque, le fontane pubbliche e moltissimi pozzi privati…” (Le fonti di Siena e i loro acquedotti-Fabio Bargagli-Petrucci).


2002Si trova citato nei documenti il termine “Buctinus” per la prima volta nel 1226 e si riferisce al fatto che la volta di queste gallerie sotterranee era a “botte” (solo il bottino di Fontanella, di probabili origini etrusche, ha la volta “a capanna”). Si riconoscono due metodi di scavo del cunicolo: nel caso del bottino di Fontebranda, più antico, si scavava attaccando da una sola parte, cioè dalla fonte, risalendo, lievemente tenendosi sempre tra i due strati geologici che formano le colline senesi: uno superiore a sabbia gialla (arenaria pliocenica), porosa e permeabile, che filtra l’acqua piovana e l’altro, sotto, di argilla turchina compatta ed impermeabile che la raccoglie.

L’acqua raccolta scorreva sul fondo della 3003galleria in un canaletto (Gorello) sopra docci di terracotta, aumentando di volume e giungendo abbondante alla fonte.Per il bottino di Fonte Gaia si iniziò invece da due punti: Fonte Gaia e S. Petronilla, nella stessa direzione convergendo nel punto mediale, ed anche, sempre da S. Petronilla , a Nord verso Fonte Becci. Questo metodo era più veloce ma anche più difficile perché poteva capitare che le due gallerie non si ricongiungessero perché‚ passanti su piani diversi, e questo si nota in alcuni tratti che sono più larghi o hanno la volta molto più in alto del normale. Proprio per mantenere una certa direzione, in assenza di strumenti adeguati, ogni tanto si scavava in alto fino a sbucare all’aperto e questi pozzi, detti anche occhi o smiragli, servivano anche per areare le gallerie e permettere il trasporto in superficie dei detriti e dei materiali di risulta.

 Il lavoro nei Bottini

Il lavoro nei bottini era abbastanza lento, perché nella galleria poteva lavorare un solo uomo per volta. Si scavava utilizzando attrezzi rudimentali, quali zapponi, picconi da tufo (con una punta sola) o da sasso con due punte, pale e palette, paletti di ferro, succhielli, mazzapicchio per pietroni e scalpelli, ed ancora uncini per togliere il deposito calcareo (gruma) dal gorello (operazione detta di “sgrumatura”).
2011 Inoltre veniva usato l’archipendolo, uno strumento fatto come una “A” con un filo centrale piombato che serviva per stabilire la pendenza che, spesso, era mantenuta costante con una angolazione quasi impercettibile dell’uno per mille, così che l’acqua, nel suo lento scorrere, potesse anche depositare impurità o calcare. Se il dislivello da coprire era maggiore, si ricorreva all’artifizio delle curve a serpentina: esse avevano la funzione di rallentare la velocità dell’acqua estendendone il percorso per mantenerne inalterata la pendenza. Per illuminare le tenebre il comune forniva candele di sego e talvolta lanterne.

Dopo che un abbozzo di galleria era stato scavato, si provvedeva ad ampliarla e contemporaneamente veniva rinforzata con archi, transetti e spesso spalline di laterizio per evitare frane e cedimenti. Quindi dietro ai minatori lavoravano anche i carpentieri e molte altre persone, come i vetturali, cioè gli addetti al trasporto dei materiali (nuovi e di risulta) e gli addetti ai rifornimenti alimentari, perché ci si accorse che il Comune avrebbe risparmiato tempo se avesse provveduto a portare il cibo sottoterra, anziché far uscire i lavoratori per la pausa pranzo. Questi avevano varie qualifiche: i manovali erano reclutati giorno per giorno e venivano subito pagati ed erano precari. I maestri, gente più esperta, avevano un rapporto di impiego più duraturo e guadagnavano il doppio di un manovale, che a sua volta guadagnava il doppio di una donna. La paga comprendeva sempre anche un pasto: pane, vino, melone, carne (talvolta).11

C’erano anche operai specializzati reclutati tra i minatori delle colline metallifere (massa Marittima, Gerfalco, Montieri, Boccheggiano) che avevano un ingaggio duraturo e sicuro. Questi minatori erano chiamati “GUERCHI”, nome di derivazione tedesca (la spiegazione popolare vuole che fossero chiamati così perché, lavorando per mesi sottoterra, quando rivedevano la luce del sole ne venivano abbagliati tanto da restare privi della vista (guerci). Inoltre la vita sotterranea, oltre ad essere pericolosa e malsana, creava anche paure diffuse, causate soprattutto dal buio e dall’ignoranza: si riteneva che vi abitassero animali fantastici come il Fuggisole, capace di avvelenare, o demoni malvagi che potevano, con il loro fiato, intossicare i lavoratori (la spiegazione può ritrovarsi nelle frequenti fuoriuscite di gas naturale). Ci si immaginava anche la presenza di nani, cioè “homicciuoli”, somiglianti a vecchiettini, che però non infastidivano gli uomini ma anzi li rallegravano (i lavoratori bevevano molto vino, che veniva loro elargito per corroborare il fisico e allontanare dalla mente paure e incubi, anche se poi, verosimilmente, era proprio l’alcool a causarli).14
A conti fatti, nonostante le condizioni poco umane dei lavoratori, il pericolo di crolli o di incidenti sul lavoro, si contano pochissimi infortuni e ancor meno casi di morte, nonostante nei bottini abbiano lavorato migliaia di persone per centinaia di anni.

I percorsi dei Bottini

 I rami principali dei bottini sono due, situati su due livelli diversi: il bottino maestro di Fontebranda, che da Fontebecci e dal ramo di Chiarenna (zona nord di Siena) porta l’acqua a Fontebranda e scorre a profondità notevoli, e quello maestro di Fonte Gaia, più recente ma più lungo, che alimenta, col trabocco della Fonte del Campo, anche altre fonti poste ad altitudini minori (Casato, Pantaneto, S.Maurizio, S. Giusto).3 (2) Il ramo maestro di Fonte Gaia giunge fino a Fontebecci dove si divide in due rami che provengono uno dal Colombaio e l’altro da Uopini e da S. Dalmazio. Per far arrivare l’acqua in Piazza del Campo, a mt. 320 di altezza sul livello del mare, era necessario andare a cercarla più in alto e quindi soltanto a Nord, lungo il crinale che da Porta Camollia arriva a Fontebecci e oltre, unica direzione questa che non fosse interrotta da profonde vallate come succede invece a Est, Ovest e Sud di Siena. E proprio a nord, in aperta campagna, i due bottini maestri raccoglievano gran copia d’acqua che filtrava dai campi soprastanti; questo però costrinse a rivestire le gallerie con mattoni per evitare che l’arenaria, inumidita, crollasse ostruendo il gorello. Anche i mattoni però venivano murati con criterio, lasciando degli spiragli che facessero filtrare ugualmente l’acqua dalle pareti e dalla volta. Questo rivestimento in mattoni è spesso assente sotto la città in quanto le costruzioni e le strade lastricate evitano le infiltrazioni di acqua e con l’arenaria più asciutta è minore il pericolo di crolli. Proprio per evitare pericoli del genere e anche altri guai causati dall’incuria dei proprietari dei terreni sovrastanti il bottino o gli smiragli, il Comune aveva emanato una serie di leggi molto severe che vietavano la circolazione agli estranei nei bottini; vietavano inoltre le colture e la concimazione nella striscia di terra sotto cui passava il canale (per evitare che le radici lo rovinassero e che l’acqua si sporcasse), vietavano di prelevare l’acqua per uso privato nel corso del bottino, ecc. Soprattutto la paura che chi entrava potesse scorrazzare tranquillamente sotto la città, portò nel 1467 alla decisione di chiudere vari ingressi posti fuori dalle mura. Non a caso infatti ci furono vari tentativi da parte dei nemici di penetrare nella città attraverso i suoi acquedotti: il caso più famoso è quello del 1526, quando Papa Clemente VII favorì una congiura per rovesciare il governo senese e trovò un alleato in Lucio Aringhieri che promise di far entrare segretamente in Siena le truppe nemiche attraverso i bottini. La congiura fallì perché un falegname, al quale erano state chieste delle scale, si insospettì e avvertì i governanti. Anche durante l’assedio del 1553 i bottini furono sbarrati, cercando però di non interrompere la portata di acqua.

Il Bottino di Fonte Gaia

10E’ sotto il Governo dei Nove (dalla fine del XIII secolo a tutta la prima metà del XIV) che Siena cambia la propria immagine: alla pietra grigia si sostituisce il laterizio con la sua connotazione cromatica rossa. Si ha la costruzione del Palazzo Pubblico, della Torre del Mangia e la sistemazione del Campo; le strade principali vengono selciate o mattonate, si assiste all’ampliamento della cinta muraria e al tentativo di costruire la cattedrale più grande di tutta la cristianità. Nel 1334 viene affidato a Jacopo di Vanni di addurre in città l’acqua delle vene a nord e questa, già nel 1343, arriva in Piazza del Campo, il centro della vita della città. Nel 1343 il bottino giunge a Fontebecci e si cerca di allacciarlo alle acqua del fiume Staggia vero Quercegrossa.

Nel 1387 viene portato a termine il ramo di Uopini e si tenta di incanalare l’acqua di Mazzafonda nel bottino di Fontebranda. Nel 1437 si lavora al ramo di Marciano. Nel 1438 si costruiscono, sotto il prato di Camollia, i galazzoni, una serie di vasche in cui l’acqua, che procede molto lentamente, si decanta liberandosi delle impurità e dell’eccesso di calcare. Nel 1466, anche se si continua a cercare altre vene, si ha la massima estensione, dei bottini, con 25 chilometri complessivi di gallerie. Dopo questa data si eseguono solo lavori di manutenzione e consolidamento.
Per tutto il periodo che va dalla resa di Siena nel 1555 fino all’entrata in funzione dell’acquedotto del Vivo dopo la 1° guerra mondiale, Siena ha continuato ad utilizzare i bottini come unica fonte di approvvigionamento idrico per i vari scopi precedentemente illustrati.
Questo è stato possibile grazie allo scarso numero di abitanti (mai più di 20.000) che Siena si era ridotta ad avere dopo la peste del 1348. Inoltre la tranquillità e continuità politica derivante dall’inserimento nel Granducato di Toscana ha permesso che si badasse ai bottini con più assiduità, per lo meno per il loro mantenimento, e così si sono preservati fino ai giorni nostri, subendo modifiche solo nell’ottocento, quando molti privati pretesero di allacciarsi alla rete idrica comunale tramite pozzi che raccoglievano l’acqua derivante dal gorello: in base a quanto pagavano ricevevano la relativa quantità di acqua, misurata dal Comune in “dadi”.
16Il dado era un forellino al centro di una piastra che sbarrava il canaletto di derivazione e corrispondeva a circa 400 litri di acqua nelle 24 ore. Si potevano avere contratti per 1/2 dado, per 1, 2, 3 dadi e così via.
 Per orientarsi nel mondo sotterraneo furono fatte delle piantine (la prima risale al 1768) e si posero delle targhe (in parte ancora esistenti) in corrispondenza di ogni utenza privata, dove venivano indicati con precisione il nome dell’utente, l’ubicazione esatta della sua abitazione, la quantità dei dadi che doveva ricevere e la piccola pianta di quel ramo di bottino. Queste utenze però corrispondenti ai pozzi dei grandi palazzi da dove si tirava su l’acqua, servivano solo ai ricchi proprietari che avevano le abitazioni molto vicine al percorso dei bottini maestri. Gli altri, e soprattutto i più indigenti, continuarono per secoli a servirsi delle fontane pubbliche, che furono ampliate nella parte esterna per comprendervi nuovi lavatoi. Tutto questo fino quando non si pensò di portare a Siena le acque delle tre sorgenti del monte Amiata. In verità c’era stato un tentativo simile già molti anni prima , nel 1267, quando si pensò di portare in città le acque del fiume Merse dalle sorgenti di Ciciano, a circa 30 km in linea d’aria da Siena. Il progetto risulta improponibile soprattutto per due motivi: la difficoltà di superare vari e continui dislivelli e, inoltre, calcolando la pendenza la distanza e l’altitudine di partenza, si scoprì che si sarebbe potuto portare l’acqua solo ad una quota massima di 288 metri s.l.m. cioè al livello delle fonti più basse, creando ulteriori disagi alla popolazione che già doveva scendere molto in basso per poter utilizzare le fonti. Per queste e altre ragioni (non ultime quelle politiche ) il progetto fu abbandonato e si cercò di potenziare lo sviluppo dei bottini.

Il bottino maestro di Fontebranda

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è uno dei due rami principali dei Bottini ed è più antico rispetto al ramo di Fontegaia. La sua lunghezza è di circa 7 km e il percorso si snoda a notevole profondità e per la maggior parte fuori dalle mura cittadine; infatti inizia dalla zona nord di Siena (da Fontebecci e da Chiarenna) e arriva a Fontebranda che ne usufruisce per rifornirsi di acqua.

Il bottino di Fontanella

è probabilmente quello più affascinante e più antico; infatti, oltre alle tantissime e bellissime formazioni calcaree che si possono ammirare al suo interno, il soffitto con la volta a capanna lascia intendere che le sue origini possono essere ricondotte agli etruschi. Il suo percorso principale si snoda ad anello per una lunghezza di circa 300 metri interamente dentro le mura della città e rifornisce di acqua la fonte omonima. Il bottino non è aperto per le visite al pubblico.

Il bottino di Fontenuova


06serve esclusivamente a rifornire di acqua Fontenuova, si sviluppa interamente entro le mura cittadine per una lunghezza pari a circa 800 metri. La prima parte del bottino è rivestita a mattoni mentre successivamente si incontrano interessanti affioramenti rocciosi molto belli dal punto di vista geologico; nelle pareti e nel soffitto si possono facilmente vedere infatti conglomerati, fossili, formazioni calcaree, ecc. che rappresentano una preziosa testimonianza sulle origini del nostro territorio.

I Bottini oggi

Per quanto riguarda la situazione attuale, abbiamo una rete di bottini perfettamente funzionanti nella loro parte terminale, cioè in prossimità della città, in quanto anche se qualche tratto è completamente rivestito di calcare (Fontanella), l’acqua arriva alle fonti nella dovuta quantità e molta se ne perde non essendo utilizzata. Per questo il comune ha consentito che vi continuassero ad esserci varie utenze lungo il percorso, come il Campo scuola, il centro elettronico del Monte dei Paschi, il laboratori Nannini Conca d’Oro, lo stadio, etc.). ma per quanto riguarda la zona a nord della città (soprattutto nelle località di Uopini, Mazzafonda, S.Dalmazio, Peragna), a causa di continue infiltrazioni, della penetrazione di radici della vegetazione sovrastante, dell’incuria e dell’accumulo di calcare e fango nel gorello con la sua relativa ostruzione e allagamento dell’intero camminamento, si sono verificate e si verificano piccole frane che, unitamente al danno fatto da chi ha gettato detriti dai cosiddetti “occhi”, rendono la situazione poco rassicurante.29
I bottini, senza interventi adeguati, rischiano di interrarsi, di ricoprirsi e questo è già successo in alcuni rami divenuti ormai impraticabili. Molti tratti avrebbero soltanto bisogno di piccoli interventi di ordinaria manutenzione che, fino a tutto il 1994, erano quasi impossibili perché‚ gli addetti del comune (i cosiddetti bottinieri) erano solo due e dovevano fare anche da guida turistica nelle visite sotterranee. E’ a questo punto che è intervenuta la nostra Associazione: essa offre, tramite i suoi soci volontari, tempo, impegno, collaborazione attiva per far conoscere maggiormente questa meraviglia unica o quasi al mondo con interventi di sensibilizzazione nelle scuole cittadine; per aiutare praticamente i bottinieri e le ditte specializzate nel caso si decidesse di intervenire su alcuni tratti a rischio e ci fosse bisogno di gente disposta a lavorare; per tentare un piano a lunga scadenza di mappatura di tutte le fonti e tutti i bottini esistenti in modo di sapere dove occorre intervenire e che tipo di interventi siano necessari;57 per proporci come guide e smaltire le numerose richieste di gruppi di persone che vogliono visitare i bottini ma sono costretti a lunghe attese in quanto erano solo i bottinieri che avevano questo compito.
Tutto questo per puro amore verso Siena, verso le fonti ed i bottini che di queste, anche se nascosti, sono le arterie; e amore verso l’acqua, simbolo di vita più di ogni altro elemento che ha condizionato la vita di intere popolazioni e su cui si è basato lo sviluppo del genere umano.

Per informazioni e prenotazioni visita il sito del Comune di Siena:
BOTTINI